PETIZIONE POPOLARE CONTRO L’ABBATTIMENTO DELL’ EX ISA

 

 

Quello che temevamo sta per accadere: il maglio dei cancellatori della memoria è pronto per abbattere e cancellare per sempre dalla nostra storia l’ex I.S.A. (Industria Sedie e Affini), splendido esempio di architettura industriale, già violentata nella sua bellezza da miserrime scelte politico-amministrative, con la politica complice e la comunità villese indifferente.

L’ex I.S.A., per quanto ferita, resiste in alcune sue parti importanti, ancora riconvertibili in spazi fruibili per la comunità.

L’ex I.S.A. è di proprietà comunale, cioè NOSTRA, di TUTTA LA COMUNITA’, quindi ne abbiamo anche la responsabilità, senza scuse e, almeno per una volta, dovremmo innescare processi virtuosi.

L’ex ISA merita di più, merita un concorso di idee per la riqualificazione di tutta l’area.

LANCIAMO UN APPELLO AL SINDACO E A TUTTO IL CONSIGLIO COMUNALE A NON ESSERE COMPLICI DELLE SCELTE SCELLERATE DI PASSATE AMMINISTRAZIONI AD OGNI SINGOLO MEMBRO DELLA NOSTRA COMUNITA’ (SÌ, ANCHE A TE CHE STAI LEGGENDO) CHIEDIAMO INVECE AIUTO. ALLESTIREMO BANCHETTI PER LA RACCOLTA FIRME.

NEI PROSSIMI GIORNI VI INFORMEREMO SU LUOGHI E ORARI.

PUOI FIRMARE PRESSO:

TABACCHERIA CAMA VIA CORRADO ALVARO

PROFUMERIA CAMINITI VIA GARIBALDI

(tutti coloro, singoli cittadini o titolari di esercizi commerciali, che volessero dare una mano possono mettersi in contatto o tramite questa pagina o attraverso i titolari degli esercizi commerciali sopracitati) #EXISABENECOMUNE

scarica il modulo

MODULO PETIZIONE EX ISA

 

“ Gruppi, vicinati e comunità si attivano e plasmano i propri ambienti di vita, stabilendo legami di affezione, riconoscimento appropriazione e manutenzione dei luoghi”
(communityhub)

 

 

TORRE CAVALLO

 

Torre cavallo è una piccola torre che si erge a precipizio sul mare proprio all’imbocco dello Stretto di Messina sul promontorio che porta lo stesso nome: Capo Cavallo.

Di essa oggi non restano che pochi ruderi, riflesso cristallino dell’incuria di tutte le amministrazioni che si sono succedute nei secoli, forse perchè lontana dagli appetiti e dagli interessi urbanistici spesso di esclusivo appannaggio di una esclusiva elite.

 

 

A questo bisogna aggiungere i danni arrecatile dai terremoti che nei secoli hanno devastato l’area dello Stretto. Fino al 1783, anno del disastroso terremoto che colpì la provincia reggina, la torre era ancora in buone condizioni, riferisce il Minasi di Scilla (“Notizie storiche della città di Scilla”, Napoli 1889), come pure lo era durante il periodo dell’occupazione francese d’inizio 1800, come riportano parecchi documenti d’archivio relativi al corpo di guardia ivi presente in funzione anti-inglese, mentre oggi, come su accennato, la detta torre si trova in pessimo stato di conservazione ed in quasi totale stato di abbandono.

Narra sul finire del 1700 il dotto naturalista scillese Domenico Minasi che “…la torre ora è custodita da due soldati invalidi. Successe agli anni scorsi che il gallo delle loro galline inseguito da una maledetta volpe, si rifugiasse in una nassa che un pescatore scillitano avea sopra uno di quegli scogli appoggiata per asciugarsi nascendo il Sole. Vi si ficcò anche dentro in furia la maliziosa bestia, e subito rotolando ambedue colla nassa in mare, piombarono senza scampo giù in fondo, ove con eguale, ma amara morte, perirono. Or sopraggiungendo al tramontar del Sole colla sua barchetta il pescatore e da lungi credendo rapita la sua nassa, non la ritrovò però mai così stranamente ripiena, quanto in quella occasione. Dapoichè oltre la selvaggia e domestica preda, vi invenne nel tirarla su dal fondo anche una viva e grossa cernia”.

 

 

Torre Cavallo è costituita da due parti: una superiore, cilindrica, adibita all’alloggiamento del presidio ed una inferiore, a scarpa, adibita alla cisterna e alle munizioni.

Le due parti sono divise tra di loro da un cordone in pietra. La camera superiore presenta la parete verso mare interamente cieca, salvo per le feritoie e per una porta che guarda verso monte.

Il professore Federico Barillà all’inizio del 1800 così   descrive la torre dopo averla visitata di persona: “…e siamo stati lieti di trovarci dinanzi a una buona torretta del ‘500. Base scarpata di 5 metri, cordone a gola, 5 metri di diametro al cordone, sopra questo presso a 6 m di corpo cilindrico: figura dunque sveltissima… Oltre il parapetto nel giro della Marina vi è il postergale con le feritoie a difesa contro le soprastanti alture il quale sembra di cattiva muratura moderna e non abbiam potuto accertarci che non sia una restaurazione… Osservammo l’antica porta della Torre. Essa secondo la precisa tecnica militare dell’epoca per codeste torri isolate è alta con la soglia al cordone accessibile per via del ponte volante sopra la porta poi è là, tuttora vegliante da tre secoli, la bocca minacciosa del piombatoio, il vero e proprio piombatoio di cui non sopravvive alcun altro esempio che io sappia in tutto quel di Reggio”.

Il piombatoio era una fessura a forma di feritoia praticata nello sporto della Torre. Esso consentiva la difesa della torre tramite appunto la difesa piombante consistente nel rovesciare sul nemico che assediava la torre sia liquidi infiammabili o bollenti come olio o calce liquida sia materiali solidi come pietre. E grazie anche alla configurazione a scarpa della nostra torre il materiale lanciato dal piombatoio veniva accelerato o addirittura rimbalzato sul nemico grazie appunto alla scarpatura. E come dice il Barillà Torre Cavallo era l’unica torre costiera del reggino a essere munita di piombatoio.

Ma è una diversa unicità quella che la caratterizza oggi: essa purtroppo è l’unica torre costiera ridotta a un rudere, per volere sia della Natura che dell’Uomo. Secoli di Storia, di cui la popolazione locale dovrebbe andar fiera, abbandonati su un capo all’entrata dello Stretto di Messina, un capo di cui hanno parlato i più grandi Storici del passato più remoto e dell’età di mezzo.

Enzo Greco

Per Cesare Pavese La memoria dei luoghi

“Cara Maria, sono arrivato a Brancaleone domenica 4 nel pomeriggio e tutta la cittadinanza a spasso davanti alla stazione pareva aspettare il criminale che, munito di manette, tra due carabinieri, scendeva con passo fermo diretto al Municipio. (…) Qui ho trovato una grande accoglienza. Brave persone, abituate a peggio, cercano di tenermi buono e caro. (…) Qui, sono l’unico confinato. Che qui siano sporchi è una leggenda. Sono cotti dal sole. Le donne si pettinano in strada, ma viceversa tutti fanno il bagno. Ci sono maiali, e le anfore si portano in bilico sulla testa. (…) La grappa non sanno cosa sia. (…) La spiaggia è sul Mar Jonio, che somiglia a tutti gli altri e vale quasi il Po”

Cesare Pavese da Quaderno del Confino in Lettere 1924-1944

L’estate è anche il tempo della pausa, per ritemprarsi e per ritrovare se stessi. Questo tempo sospeso nell’asfissia del caldo, sosta immobile che prelude al cadere di foglie variopinte autunnali, può trasformarsi in tempo dei ricordi, spazio aperto sulla memoria. Capita, nel tornare alle proprie origini, di vivere l’aprirsi di uno squarcio che, così come in un sogno, inaspettatamente dal presente ci riconduce al passato. Un passato, di cui s’ ignorava l’esistenza, si è aperto al mio cammino, questa estate, a Brancaleone Calabro. Un paesino arroccato sulla costa Jonica della Calabria, dove, ancora nell’antico linguaggio grecanico, risuona la meraviglia della Magna Grecia. Brancaleone più che uno spazio geografico è un piccolo luogo, incastonato a valle del Parco Nazionale d’Aspromonte, profuma d’essenza di bergamotto ma è anche esposto alla brutalità della ‘ndrangheta che a pochi Km, a San Luca, ha una delle sue roccaforti. Così il nostro sud, tra bellezze naturali e abusivismo, tra terra natale di Corrado Alvaro e canne mozze. Un mondo che vive la legge del caos e che ti strazia nel devastante oscillare tra il bello e l’orribile, tra il poetico e il mostruoso. Questo il contesto che si attraversa nell’andare a Brancaleone, dove dal 4 agosto del 1935 al 15 marzo del 1936, fu relegato al confino, con l’accusa di antifascismo, Cesare Pavese. Un’amica, Patrizia che conosce quei luoghi, racconta – a Brancaleone ancora si parla di Cesare Pavese, solo due anni fa è scomparsa la donna protagonista dei suoi scritti- La donna, di cui parla Patrizia, da Pavese chiamata Concia è così da lui descritta: “con un passo scattante e contenuto, erta sui fianchi, il viso bruno e caprino con una sicurezza che era un sorriso”( Cesare Pavese da Quaderno del Confino in Lettere 1924-1944)

Una descrizione breve ma che racchiude un compiuto profilo delle donne di Calabria. All’ombra leggera di un gelso, come una carezza, mentre mi trovavo inondata dal celeste mare delle attenzioni familiari, un sentiero si è aperto. Qui, in questa terra, Pavese, l’uomo che perdonò tutti e che a tutti chiese perdono, scontò la sua emarginazione. Qui tra questi solchi aridi Pavese ha attraversato la sua solitudine, qui, a due giorni del suo arrivo, ha preso a scorrere la sua fiumara spirituale, il suo Mestiere di Vivere: diario 1935-1950, opera che segnò il passaggio dalla poesia alla narrativa. Si, insomma, qui Cesare ha trovato una nuova fonte d’ispirazione, da qui, da Brancaleone, un sentiero di nuovi significati si è aperto nell’anima dello scrittore. Da queste riflessioni alcune sollecitazioni. Innanzitutto le date, il tempo segnato da alcune coincidenze: 1935, anno dell’allontanamento dal mondo, del confino a Brancaleone; 1950, anno della morte, della separazione dalla vita. Giusto il tempo racchiuso nel suo Mestiere di vivere: diario dal 1935-1950.Poi Roma, connotazione di uno spazio che si ripete in due luoghi importanti per Pavese. A Brancaleone, nel 1935, Pavese frequentava il Bar Roma dove amava intrattenersi in lunghe conversazioni; Hotel Roma a Torino dove nel 1950 si tolse la vita. Forse a Brancaleone Pavese iniziò un confino dall’ esistenza che non terminò mai e che lo condusse al suicidio? Da questa domanda una giostra di connessioni comincia a prendere movimento: il fascismo e il confino; le langhe e le fiumare; lo scrittore e la sua solitudine; una stanza per l’esilio e una stanza per la morte. Un diario per tenere insieme tutto. L’impossibilità di contenere tutto. Così il tempo presente, per incanto, si apre al passato; così il ritornare della consapevolezza che conoscere altro non è se non ricordare, infine l’inizio dell’avventura del ricercare.

Barbara Lottero

Pubblicato da Cesim- Centro Studi e iniziative di Marineo il 5-09-2012

SPAESATI sabato 1 aprile Villa San Giovanni

 

 

 

Sabato 1 Aprile ore 17,30 a Villa San Giovanni presso la sala della Società Operaia di Mutuo Soccorso, via 2 settembre si terrà un incontro/dibattito organizzato dall’Associazione Culturale CENIDIA .

“SPAESATI” è il tema scelto per l’incontro, con l’intenzione di voler riflettere sullo stato d’animo di una comunità che progressivamente ha perso la propria memoria e si ritrova,  ad abitare luoghi apparentemente privi di significato, o che, per meglio dire si trova ad abitare dei non luoghi.

Ora, adesso, oggi, innovare il sociale deve necessariamente rispondere ad una urgenza, rifondare una nuova possibilità dell’abitare: come? Solo ed unicamente attraverso il ritrovamento della propria identità, intesa come radice collettiva, perché solo da questo ritrovamento dipende il nuovo radicamento e la ri-costruzione dell’identità comune.

Le politiche, qualunque esse siano, sono oramai impotenti rispetto al ritrovamento del senso profondo di una comunità, allora l’unico sentiero percorribile è il mettersi in cammino verso quelle risposte che le stesse comunità, solo dopo aver attivato processi di ritrovamento, possono porre a se stesse come occasione di ricostituzione di significati.

Dibatteranno sul tema: Enzo Greco, storico; Barbara Lottero, giornalista; Mauro Francesco Minervino, antropologo.

Il dibattito si estenderà agli interventi dei presenti, per cogliere l’opportunità dell’incontro e individuare insieme possibili  “sentieri percorribili verso il ritrovamento”, Nel corso dell’incontro si avrà occasione per dedicare attenzione alla recente pubblicazione del Prof. Minervino: L’etnofiction Stradario di uno spaesato Ed.Melville, 2016.

 

 

 

 

 

Enzo Greco,

medico villese residente da diversi decenni a Londra, ha da sempre coltivato con passione gli studi umanistici in generale e la Storia in particolare. Nel 1997 con la sua prima opera “Spartaco sullo Stretto” ha vinto il 1° premio “Il Mecenate”. Nel Giugno 2000 l’Amministrazione Comunale di Villa San Giovanni gli ha conferito l’onorificenza “Albo d’onore della Città” per i suoi studi storici e nello stesso mese e anno il Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi gli ha conferito l’onorificenza di Commendatore al merito della Repubblica per il contributo professionale agli Italiani residenti in Gran Bretagna.

 

 

                                                                                                                                                                    Barbara Lottero,

giornalista, dopo la laurea in Filosofia, si
appassiona al tema degli strumenti e dei processi della comunicazione integrata e si specializza in strategie di comunicazione e marketing. Dal 2001 vive ed opera in Sicilia. Si occupa di formazione professionale e comunicazione istituzionale per la pubblica amministrazione. Dal 2008 è componente, per l’ Ente Locale, nella Commissione Territoriale di Trapani che esamina le richieste di asilo politico. Nel novembre del 2012  fonda a Marsala, l’ Associazione Culturale OTIUM. . Il progetto culturale si sviluppa negli anni, migliora la capacità di fare rete con e per il territorio, processo che culmina in un progetto di coesione sociale denominato “C’Orticello: coltiviamo la cultura”  volto alla diffusione di  percorsi di cultural-sharing e alle pratiche di rigenerazione urbana attraverso la promozione della Street Art. www.otiumfeed.it  lotterocomunicazione@gmail.com

 

 

Mauro Francesco Minervino

insegna Antropologia Culturale ed Etnologia. È scrittore e giornalista, autore di programmi Rai, collabora alle pagine culturali de L’Unità, Il Manifesto, Il Mattino, Terra, International Herald Tribune, ha pubblicato reportage per il settimanale «Diario», collabora a «Nuovi Argomenti» dal 2004 e a L’indice dei libri. Con La Calabria brucia (Ediesse, 2008, 2009), ha vinto la sezione narrativa del premio Internazionale Fondazione Carime per la Cultura Euromediterranea 2009. Nel 2006 pubblicato In fondo a Sud (con prefazione di Marc Augé), e nel 2011 Statale 18 (Fandango Libri). L’etnofiction Stradario di uno spaesato (Melville, 2016) è il suo libro più recente.

Tratto da “Diario di un Angioino”, opera inedita di Enzo Greco

 

 

 

Tratto da “Diario di un Angioino”, opera inedita di Enzo Greco

 

Tra le poche cose che mi portavo appresso da Palermo vi era una lettera scritta dal parroco della mia parrocchia di Amiens, Padre Lassalle, che mi aveva visto nascere e crescere in Picardia.

Ed ora che mi accingevo ad attraversare lo Stretto avrei dovuto, fra mille altre cose, seguire le sante istruzioni che il vecchio parroco mi aveva suggerito in quella sua missiva


Amiens, 8 Dicembre 1281

Nel nome di Dio Creatore

 

Caro Jean-Philippe,

spero di cuore che questa mia missiva ti trovi nella grazia di Gesù e Maria e che San Luigi protegga te e suo fratello, re Carlo.

Voglia Iddio che quanto prima la Terra Santa e Gerusalemme vengano ritornate al legittimo proprietario, il Sommo Pontefice di Roma, dalle mani sante degli Angiò.

Uno dei motivi per cui ti scrivo è che recentemente mi è capitata per le mani la copia di una solenne lettera scritta dal nipote dell’Imperatore bizantino al Papa.

In essa egli esprime il suo dolore per aver Costantinopoli perso le sacre reliquie dei Santi e quelle di Nostro Signore ad opera di Veneziani e Cavalieri Templari durante la IV crociata. I Veneziani, scrive ancora egli, si sono impossessati degli ori, degli argenti e delle pietre preziose, mentre i Templari delle sacre reliquie.

Come tu ben saprai, molti di questi cavalieri Templari portarono in
Francia importanti reliquie di Santi, tra questi ti bastera’ ricordare Wallon de Sarton, che offrì alla nostra Cattedrale di Amiens la testa di San Giovanni Battista o Geoffroy de Charny che addirittura trasse con le sue mani il telo nel quale fu avvolto il Corpo di Gesu’ da Giuseppe d’Arimatea. I suoi discendenti lo tengono nel loro castello e non permettono a nessuno di vederlo. Queste santissime reliquie raggiunsero il nostro paese pochi decenni fa e rappresentano oggi l’orgoglio della nostra Francia.

Ma c’è un’importante reliquia che si è persa per strada.

I discendenti del Templare Geoffroy de Charny mi hanno confidato che una coppa, che era assieme alla sindone che egli portò in Francia, è andata persa.

A Monemvasia infatti il Templare de Charny si trovò in gravi difficoltà finanziarie che gli impedivano il proseguimento del viaggio di ritorno in Francia.

Gli fu allora necessario vendere una delle reliquie che traeva con sè da Costantinopoli per pagarsi il viaggio di ritorno in patria. Decise così, anche se a malincuore, di dipartirsi dalla coppa che raccolse il sangue prezioso del Salvatore sulla croce e di venderla a due Templari che tornavano in Francia. Dove essi si siano diretti subito dopo l’acquisto non ci e’dato sapere, ma il nipote del Templare, che porta con orgoglio lo stesso nome dell’avo e che è oggi il cavaliere più nobile e benvoluto di Francia, ritiene che essi siano approdati in qualche porto tra la Sicilia orientale e lo Stretto di Messina. Da Monemvasia infatti la stragrande maggioranza delle navi salpa verso l’Adriatico, mentre da Catania, Messina, Reggio e Catona passano tutte le navi che dalla Francia vanno verso la Terra Santa e viceversa. ll cavaliere de Charny s’è personalmente intrattenuto con Templari provenienti da Messina e Catania e costoro hanno categoricamente negato la presenza di una siffatta reliquia in quelle citta’. E se invero fosse stata venduta a dei cavalieri di quelle citta’, essa oggi sarebbe oggetto di gran venerazione presso quelle cristiane genti.

Ahimè, è molto piu’ plausibile, purtroppo, che quei Templari, solitari viaggiatori, l’abbiano nascosta lontano da occhi indiscreti lungo la costa calabrese dello Stretto.

DELIRIO FILOSOFICO SENZA PRETESE

 

 

DELIRIO FILOSOFICO SENZA PRETESE

verbalizzazione di una coazione a ripetere

 

Ci sono mattine in cui ti svegli con una canzone in mente, quando è così succede poi che te la porti dietro tutto il giorno, non te ne puoi liberare, si tratta delle innocue coazioni a ripetere di cui siamo tutti più o meno affetti.
Stamattina mi sono svegliata con in mente il verso di una poesia di Friedrich Hölderlin: dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva.
Questo verso di Friedrich Hölderlin segna per una “certa filosofia” la via d’uscita al nichilismo, ossia da quel naufragio dell’umanità dove sembra non possa esserci scampo per nessuno, dove l’unico tempo possibile è
quello che conduce alla privazione di se stessi persi nella corsa sfrenata verso non si sa cosa; dove la ricchezza materiale cammina sottobraccio alla miseria morale; dove la mancanza di riferimenti culturali lascia spazio alla bieca arroganza, figlia dell’ignoranza; dove l’opprimente conformismo cementifica lo stratificarsi dell’ipocrisia; dove la ristrettezza degli orizzonti morali  glorifica ogni delirio di onnipotenza e la sua bramosia di schiavitù.
Questa in estrema sintesi la filosofia de “la volontà di potenza”, questo il pericolo a cui il nichilismo ci espone e di cui il nichilismo è portatore.
Ma il poeta martella con il suo verso:  dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva.
Allora cos’è che salva? Cosa può salvarci? A cosa possiamo fare riferimento? Ecco adesso associo: la poesia e la filosofia, una affasciante coppia in verità.
Il verso di Hölderlin è citato in un saggio di Martin Heidegger “La questione della tecnica” (in Saggi e Discorsi ed. Mursia) in cui il filosofo procede in un’attenta analisi sulla questione della tecnica e della tecnologia  e lo fa usando una metafora, perché quando i filosofi sanno davvero cosa pensano trovano il modo per farsi capire da tutti.
Ecco la metafora. Immaginiamo di avere davanti ai nostri occhi una libreria, cosa vediamo ad un primo sguardo? Un mobile fatto di scaffali su cui sono riposti i libri, se ci facciamo caso il nostro pensiero è immediatamente indotto a pensare che “lo stare insieme di quei libri” è determinato dalla struttura che li contiene. Ma se riusciamo a far diventare il nostro sguardo più intenso, se riusciamo a liberarci da ogni precognizione e quindi da ogni tipo di condizionamento, non sarà difficile rendersi conto che non la libreria fa l’essenza di quei libri, essa è solo una cornice di quello stare insieme, l’esistenza di quello stare insieme non è determinata dalla libreria, ma da ogni singolo libro che sta lì, dunque lo stare insieme ha un vero significato solo se ogni singola parte prende coscienza di se stessa. Ecco ciò che salva quei libri, ciascuno di essi costituisce un singolo ed unico progetto per la vita, “un proprio essere nel mondo”, dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva.
La stessa metafora la possiamo applicare agli “apparati” sociali. Ecco questi apparati di qualsiasi tipo essi siano, vivono nella convinzione di tenere insieme gli uomini o sono pensati da alcuni uomini come l’unico motivo per esistere.
Gli apparati nella logica nichilistica trasformano gli uomini in mere funzioni, la loro esistenza è giustificata e giustificabile solo all’interno “del loro stare insieme nell’apparato” non è così, l’apparato distrugge l’essenza, la svilisce, la priva di significato e di dignità. L’apparato non è nulla senza le singolarità, l’apparato si sgretola se le singole unità non hanno coscienza della loro umanità, l’apparato non dona mai agli uomini il loro vero essere nel mondo. L’apparato trasforma l’uomo in oggetto usa e getta, perché l’ulteriore deriva del nichilismo è il consumismo applicato sulla pelle umana.
Si insomma l’apparato non dà nutrimento all’umanità, anzi la vampirizza e questo accadrà sempre finché ci saranno i vampiri coloro che godono nell’essere vampirizzati: dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva.
Allora, per noi esseri per la morte,  se il pericolo è la nullificazione, la salvezza può consistere in processi di autoconsapevolezza, perché solo da quello può poi avvenire un vero essere nel mondo e un’unica possibilità dello stare insieme in questo mondo?
Con questa celata domanda si conclude il saggio di Martin Heidegger, perché si sa come sono fatti i filosofi, amano fare domande, sono “curiusiteri”
Dunque attenzione, quando gli apparati si sgretolano,  certo la sensazione può essere lo scoramento, la vista delle macerie non è rassicurante, ma non facciamoci prendere dal panico, dalla paura, o come direbbero i filosofi “dallo spaesamento”:  i crolli possono essere funzionali, soprattutto adesso che sappiamo che dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva.

Barbara Lottero

tratto da “Diario di un Angioino” opera inedita di Enzo Greco

 

Aprile 1282

Lasciatasi Palermo alle spalle e indossando solo abiti civili, dopo tre giorni di duro e periglioso cammino, Jean-Philippe raggiunse il Capo Peloro, da dove più breve era il tragitto per Catona.
Migliaia di suoi commilitoni si erano rifugiati lì assieme a Re Carlo che dimorava nel suo Palatium, scacciati dall’isola dai Siciliani e dagli Aragonesi di Re Pietro.
I Vespri sembravano un lontano ricordo, ma il peggio doveva ancora venire.

“Dopo tre giorni raggiunsi lo Stretto e Capo Peloro. La Calabria mi stava davanti. Sembrava quasi la potessi toccare con un dito. Non riuscivo ad intravvedere Catona, giacché stava nascosta dietro il Cenide, ma lo spettacolo che mi si presentava agli occhi era nondimeno sublime. Era come se pagine illustrate di storia mi si dispiegassero all’improvviso davanti.

I miti dell’antichità erano pressoché tutti rappresentati in quel braccio di mare. Quanti scrittori e storici, sin dalla notte dei tempi, si sono cimentati a descrivere le bellezze e i segreti dello Stretto. Quante volte mi hanno tenuto sveglio di notte coi loro scritti nella mia casa di campagna in Picardia. Ed essi ora erano lì  di fronte a me. Qual privilegio trovarmi in quel posto incantato.

Capo Cavallo era il promontorio che più degli altri sembrava avvicinarsi a me. Era come un dito di terra che s’allungava sulle rapide acque quasi a chiudere il passaggio alle imbarcazioni dello Stretto. Sembrava mi volesse parlare, tanto era vicino. Se solo Re Carlo facesse costruire una torre di guardia sul suo scosceso pendio si otterrebbe il quasi totale controllo dell’entrata allo Stretto.

Alla sua base, una piccola baia che un tempo dovette fungere da porticciuolo all’entrata dell’Euripe, il Porto Balamo più volte menzionato da Appiano nelle sue Guerre Civili. Delle casette assopite in un sonno millenario davano il benvenuto ai naviganti che entravano e uscivano da quel canale agitato. Non fu forse qui che Ottaviano si mise in salvo, quando, naufrago, temette di raggiungere Peloro in fondo al mare?

[Sesto Pompeo vendette a caro prezzo la propria pelle, sconfiggendo in almeno due circostanze gli uomini di Ottaviano capitanati da Salvidieno Rufo ed Agrippa proprio nello Stretto, prima di soccombere a Nauloco nel 36 a.C.
Riporta infatti Appiano che una delle più sonore sconfitte venne riportata proprio dal Legato di Ottaviano, Salvidieno Rufo, davanti a Columna Rhegina e che lo stesso Navarca si salvò a stento all’entrata dello Stretto riparando presso il Porto Balarum sulla costa calabrese del Fretum (per il dotto Cluverius Balaro e Abalam sono sinonimi)]

Un po’ più in là, una schiera di casette di pescatori formava quel villaggio che i locali chiamano Cannitello, che placido riposava, tremando ancora al ricordo del feroce Annone che tutto l’arse prima di far ritorno a Cartagine nel 214 a.C.

I Cartaginesi si acquartierarono lì presso per tutto il 216, 215 e 214 a.C. e precisamente fra la Punta del Cenide e Cannitello, in quella località che la popolazione locale ricorda ancora come “Cannone” e che ben nascosta sta ai Reggini. Per settimane i Cartaginesi di Annone portarono l’assedio a Reggio, ma nonostante la rabbia e la forza, ogni tentativo fu inutile. Reggio non capitolò.

Prima di far ritorno a Cartagine, Annone mise a ferro e fuoco Columna Rhegina, appiccandole fuoco. E di questo ne parlano parecchi storici antichi.

Un po’ più a sud, Punta del Pessolo, il Capo Cenide degli antichi, ribolliva come sempre di rabbia. Come di rabbia ribollivano, in quel lontano inverno del 72 a.C., Spartaco e ventimila schiavi fuggitivi che da quella lingua di terra cercarono invano di passare lo Stretto, mentre Crasso e i suoi, alle loro spalle, scavavano la fossa più lunga e più larga che si ricordi a memoria d’uomo. Fino alla fiumara di Catona la scavarono, chiudendola con un possente muro. Ma il Cene lo stesso gli scappò!

E ora io, novello Spartaco, ma dall’opposta sponda, in un modo o in un altro, dovevo passare quel mare impazzito. Avrei atteso le prime ore dell’alba per decidere come.

Improvviso ed imperioso si alzò lo scirocco.”

Enzo Greco

Dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva

L’apertura di un nuovo luogo per la comunicazione, quindi per l’incontro e il conseguente crearsi di nuove relazioni, è sempre benvenuta.
Il connettere costituisce la possibilità, l’indicibile in cui ci si ritrova, in cui si ha la possibilità di riposare e riflettere su ciò che sfugge fuggendo. Fermarsi nel luogo della condivisione significa, sempre, ritrovarsi e ritrovare nuove occasioni.

Con questo stato d’animo accolgo la notizia della nascita di questa nuova Associazione Culturale “Cenidia” che appunto si pone come luogo in cui ritrovarsi insieme, per insieme riflettere; per svolgere quel ruolo che da sempre è assegnato alla cultura, attivare processi di comprensione di se stessi, degli altri e dell’accadere mondo.

Se poi l’Associazione si auto assegna il compito di riflettere sul sociale che abita, niente di meglio in questo mondo buio e insignificante, può accadere, perché solo la cultura è capace di dare vita a quelle ricadute sociale che sono ormai necessarie.

Sentiamo spesso parlare di innovazione sociale e assegniamo a questo concetto, a questa idea che anima le politiche europee, il valore del miracolo che sta per compiersi, lo viviamo come l’unico miracolo possibile.

Ora, adesso, oggi, innovare il sociale deve necessariamente rispondere ad una urgenza, rifondare una nuova possibilità dell’abitare: come? Solo ed unicamente attraverso il ritrovamento della propria identità, intesa come radice collettiva, perché solo da questo ritrovamento dipende il nuovo radicamento e la ri-costruzione dell’identità comune.

Le politiche, qualunque esse siano, sono oramai impotenti rispetto al ritrovamento del senso profondo di una comunità, allora l’unico sentiero percorribile è mettersi in cammino verso quelle risposte che le stesse comunità, solo dopo aver attivato processi di ritrovamento, possono porre a se stesse come occasione di ricostituzione di significati.

Auguro a questo nuovo sentiero di ritrovamento di giungere a quella radura che slargandosi all’ orizzonte offra la possibilità di leggere con stupore i versi di una poesia di Friedrich Hölderlin che recitano: Dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva.
Auguro a questo progetto la possibilità di nutrire l’utopia di un paese migliore, in cui s-paesarsi diventi sempre meno possibilità di alienazione.

Barbara Lottero