PETIZIONE POPOLARE CONTRO L’ABBATTIMENTO DELL’ EX ISA

 

 

Quello che temevamo sta per accadere: il maglio dei cancellatori della memoria è pronto per abbattere e cancellare per sempre dalla nostra storia l’ex I.S.A. (Industria Sedie e Affini), splendido esempio di architettura industriale, già violentata nella sua bellezza da miserrime scelte politico-amministrative, con la politica complice e la comunità villese indifferente.

L’ex I.S.A., per quanto ferita, resiste in alcune sue parti importanti, ancora riconvertibili in spazi fruibili per la comunità.

L’ex I.S.A. è di proprietà comunale, cioè NOSTRA, di TUTTA LA COMUNITA’, quindi ne abbiamo anche la responsabilità, senza scuse e, almeno per una volta, dovremmo innescare processi virtuosi.

L’ex ISA merita di più, merita un concorso di idee per la riqualificazione di tutta l’area.

LANCIAMO UN APPELLO AL SINDACO E A TUTTO IL CONSIGLIO COMUNALE A NON ESSERE COMPLICI DELLE SCELTE SCELLERATE DI PASSATE AMMINISTRAZIONI AD OGNI SINGOLO MEMBRO DELLA NOSTRA COMUNITA’ (SÌ, ANCHE A TE CHE STAI LEGGENDO) CHIEDIAMO INVECE AIUTO. ALLESTIREMO BANCHETTI PER LA RACCOLTA FIRME.

NEI PROSSIMI GIORNI VI INFORMEREMO SU LUOGHI E ORARI.

PUOI FIRMARE PRESSO:

TABACCHERIA CAMA VIA CORRADO ALVARO

PROFUMERIA CAMINITI VIA GARIBALDI

(tutti coloro, singoli cittadini o titolari di esercizi commerciali, che volessero dare una mano possono mettersi in contatto o tramite questa pagina o attraverso i titolari degli esercizi commerciali sopracitati) #EXISABENECOMUNE

scarica il modulo

MODULO PETIZIONE EX ISA

 

“ Gruppi, vicinati e comunità si attivano e plasmano i propri ambienti di vita, stabilendo legami di affezione, riconoscimento appropriazione e manutenzione dei luoghi”
(communityhub)

 

 

TORRE CAVALLO

 

Torre cavallo è una piccola torre che si erge a precipizio sul mare proprio all’imbocco dello Stretto di Messina sul promontorio che porta lo stesso nome: Capo Cavallo.

Di essa oggi non restano che pochi ruderi, riflesso cristallino dell’incuria di tutte le amministrazioni che si sono succedute nei secoli, forse perchè lontana dagli appetiti e dagli interessi urbanistici spesso di esclusivo appannaggio di una esclusiva elite.

 

 

A questo bisogna aggiungere i danni arrecatile dai terremoti che nei secoli hanno devastato l’area dello Stretto. Fino al 1783, anno del disastroso terremoto che colpì la provincia reggina, la torre era ancora in buone condizioni, riferisce il Minasi di Scilla (“Notizie storiche della città di Scilla”, Napoli 1889), come pure lo era durante il periodo dell’occupazione francese d’inizio 1800, come riportano parecchi documenti d’archivio relativi al corpo di guardia ivi presente in funzione anti-inglese, mentre oggi, come su accennato, la detta torre si trova in pessimo stato di conservazione ed in quasi totale stato di abbandono.

Narra sul finire del 1700 il dotto naturalista scillese Domenico Minasi che “…la torre ora è custodita da due soldati invalidi. Successe agli anni scorsi che il gallo delle loro galline inseguito da una maledetta volpe, si rifugiasse in una nassa che un pescatore scillitano avea sopra uno di quegli scogli appoggiata per asciugarsi nascendo il Sole. Vi si ficcò anche dentro in furia la maliziosa bestia, e subito rotolando ambedue colla nassa in mare, piombarono senza scampo giù in fondo, ove con eguale, ma amara morte, perirono. Or sopraggiungendo al tramontar del Sole colla sua barchetta il pescatore e da lungi credendo rapita la sua nassa, non la ritrovò però mai così stranamente ripiena, quanto in quella occasione. Dapoichè oltre la selvaggia e domestica preda, vi invenne nel tirarla su dal fondo anche una viva e grossa cernia”.

 

 

Torre Cavallo è costituita da due parti: una superiore, cilindrica, adibita all’alloggiamento del presidio ed una inferiore, a scarpa, adibita alla cisterna e alle munizioni.

Le due parti sono divise tra di loro da un cordone in pietra. La camera superiore presenta la parete verso mare interamente cieca, salvo per le feritoie e per una porta che guarda verso monte.

Il professore Federico Barillà all’inizio del 1800 così   descrive la torre dopo averla visitata di persona: “…e siamo stati lieti di trovarci dinanzi a una buona torretta del ‘500. Base scarpata di 5 metri, cordone a gola, 5 metri di diametro al cordone, sopra questo presso a 6 m di corpo cilindrico: figura dunque sveltissima… Oltre il parapetto nel giro della Marina vi è il postergale con le feritoie a difesa contro le soprastanti alture il quale sembra di cattiva muratura moderna e non abbiam potuto accertarci che non sia una restaurazione… Osservammo l’antica porta della Torre. Essa secondo la precisa tecnica militare dell’epoca per codeste torri isolate è alta con la soglia al cordone accessibile per via del ponte volante sopra la porta poi è là, tuttora vegliante da tre secoli, la bocca minacciosa del piombatoio, il vero e proprio piombatoio di cui non sopravvive alcun altro esempio che io sappia in tutto quel di Reggio”.

Il piombatoio era una fessura a forma di feritoia praticata nello sporto della Torre. Esso consentiva la difesa della torre tramite appunto la difesa piombante consistente nel rovesciare sul nemico che assediava la torre sia liquidi infiammabili o bollenti come olio o calce liquida sia materiali solidi come pietre. E grazie anche alla configurazione a scarpa della nostra torre il materiale lanciato dal piombatoio veniva accelerato o addirittura rimbalzato sul nemico grazie appunto alla scarpatura. E come dice il Barillà Torre Cavallo era l’unica torre costiera del reggino a essere munita di piombatoio.

Ma è una diversa unicità quella che la caratterizza oggi: essa purtroppo è l’unica torre costiera ridotta a un rudere, per volere sia della Natura che dell’Uomo. Secoli di Storia, di cui la popolazione locale dovrebbe andar fiera, abbandonati su un capo all’entrata dello Stretto di Messina, un capo di cui hanno parlato i più grandi Storici del passato più remoto e dell’età di mezzo.

Enzo Greco

Per Cesare Pavese La memoria dei luoghi

“Cara Maria, sono arrivato a Brancaleone domenica 4 nel pomeriggio e tutta la cittadinanza a spasso davanti alla stazione pareva aspettare il criminale che, munito di manette, tra due carabinieri, scendeva con passo fermo diretto al Municipio. (…) Qui ho trovato una grande accoglienza. Brave persone, abituate a peggio, cercano di tenermi buono e caro. (…) Qui, sono l’unico confinato. Che qui siano sporchi è una leggenda. Sono cotti dal sole. Le donne si pettinano in strada, ma viceversa tutti fanno il bagno. Ci sono maiali, e le anfore si portano in bilico sulla testa. (…) La grappa non sanno cosa sia. (…) La spiaggia è sul Mar Jonio, che somiglia a tutti gli altri e vale quasi il Po”

Cesare Pavese da Quaderno del Confino in Lettere 1924-1944

L’estate è anche il tempo della pausa, per ritemprarsi e per ritrovare se stessi. Questo tempo sospeso nell’asfissia del caldo, sosta immobile che prelude al cadere di foglie variopinte autunnali, può trasformarsi in tempo dei ricordi, spazio aperto sulla memoria. Capita, nel tornare alle proprie origini, di vivere l’aprirsi di uno squarcio che, così come in un sogno, inaspettatamente dal presente ci riconduce al passato. Un passato, di cui s’ ignorava l’esistenza, si è aperto al mio cammino, questa estate, a Brancaleone Calabro. Un paesino arroccato sulla costa Jonica della Calabria, dove, ancora nell’antico linguaggio grecanico, risuona la meraviglia della Magna Grecia. Brancaleone più che uno spazio geografico è un piccolo luogo, incastonato a valle del Parco Nazionale d’Aspromonte, profuma d’essenza di bergamotto ma è anche esposto alla brutalità della ‘ndrangheta che a pochi Km, a San Luca, ha una delle sue roccaforti. Così il nostro sud, tra bellezze naturali e abusivismo, tra terra natale di Corrado Alvaro e canne mozze. Un mondo che vive la legge del caos e che ti strazia nel devastante oscillare tra il bello e l’orribile, tra il poetico e il mostruoso. Questo il contesto che si attraversa nell’andare a Brancaleone, dove dal 4 agosto del 1935 al 15 marzo del 1936, fu relegato al confino, con l’accusa di antifascismo, Cesare Pavese. Un’amica, Patrizia che conosce quei luoghi, racconta – a Brancaleone ancora si parla di Cesare Pavese, solo due anni fa è scomparsa la donna protagonista dei suoi scritti- La donna, di cui parla Patrizia, da Pavese chiamata Concia è così da lui descritta: “con un passo scattante e contenuto, erta sui fianchi, il viso bruno e caprino con una sicurezza che era un sorriso”( Cesare Pavese da Quaderno del Confino in Lettere 1924-1944)

Una descrizione breve ma che racchiude un compiuto profilo delle donne di Calabria. All’ombra leggera di un gelso, come una carezza, mentre mi trovavo inondata dal celeste mare delle attenzioni familiari, un sentiero si è aperto. Qui, in questa terra, Pavese, l’uomo che perdonò tutti e che a tutti chiese perdono, scontò la sua emarginazione. Qui tra questi solchi aridi Pavese ha attraversato la sua solitudine, qui, a due giorni del suo arrivo, ha preso a scorrere la sua fiumara spirituale, il suo Mestiere di Vivere: diario 1935-1950, opera che segnò il passaggio dalla poesia alla narrativa. Si, insomma, qui Cesare ha trovato una nuova fonte d’ispirazione, da qui, da Brancaleone, un sentiero di nuovi significati si è aperto nell’anima dello scrittore. Da queste riflessioni alcune sollecitazioni. Innanzitutto le date, il tempo segnato da alcune coincidenze: 1935, anno dell’allontanamento dal mondo, del confino a Brancaleone; 1950, anno della morte, della separazione dalla vita. Giusto il tempo racchiuso nel suo Mestiere di vivere: diario dal 1935-1950.Poi Roma, connotazione di uno spazio che si ripete in due luoghi importanti per Pavese. A Brancaleone, nel 1935, Pavese frequentava il Bar Roma dove amava intrattenersi in lunghe conversazioni; Hotel Roma a Torino dove nel 1950 si tolse la vita. Forse a Brancaleone Pavese iniziò un confino dall’ esistenza che non terminò mai e che lo condusse al suicidio? Da questa domanda una giostra di connessioni comincia a prendere movimento: il fascismo e il confino; le langhe e le fiumare; lo scrittore e la sua solitudine; una stanza per l’esilio e una stanza per la morte. Un diario per tenere insieme tutto. L’impossibilità di contenere tutto. Così il tempo presente, per incanto, si apre al passato; così il ritornare della consapevolezza che conoscere altro non è se non ricordare, infine l’inizio dell’avventura del ricercare.

Barbara Lottero

Pubblicato da Cesim- Centro Studi e iniziative di Marineo il 5-09-2012

SPAESATI sabato 1 aprile Villa San Giovanni

 

 

 

Sabato 1 Aprile ore 17,30 a Villa San Giovanni presso la sala della Società Operaia di Mutuo Soccorso, via 2 settembre si terrà un incontro/dibattito organizzato dall’Associazione Culturale CENIDIA .

“SPAESATI” è il tema scelto per l’incontro, con l’intenzione di voler riflettere sullo stato d’animo di una comunità che progressivamente ha perso la propria memoria e si ritrova,  ad abitare luoghi apparentemente privi di significato, o che, per meglio dire si trova ad abitare dei non luoghi.

Ora, adesso, oggi, innovare il sociale deve necessariamente rispondere ad una urgenza, rifondare una nuova possibilità dell’abitare: come? Solo ed unicamente attraverso il ritrovamento della propria identità, intesa come radice collettiva, perché solo da questo ritrovamento dipende il nuovo radicamento e la ri-costruzione dell’identità comune.

Le politiche, qualunque esse siano, sono oramai impotenti rispetto al ritrovamento del senso profondo di una comunità, allora l’unico sentiero percorribile è il mettersi in cammino verso quelle risposte che le stesse comunità, solo dopo aver attivato processi di ritrovamento, possono porre a se stesse come occasione di ricostituzione di significati.

Dibatteranno sul tema: Enzo Greco, storico; Barbara Lottero, giornalista; Mauro Francesco Minervino, antropologo.

Il dibattito si estenderà agli interventi dei presenti, per cogliere l’opportunità dell’incontro e individuare insieme possibili  “sentieri percorribili verso il ritrovamento”, Nel corso dell’incontro si avrà occasione per dedicare attenzione alla recente pubblicazione del Prof. Minervino: L’etnofiction Stradario di uno spaesato Ed.Melville, 2016.

 

 

 

 

 

Enzo Greco,

medico villese residente da diversi decenni a Londra, ha da sempre coltivato con passione gli studi umanistici in generale e la Storia in particolare. Nel 1997 con la sua prima opera “Spartaco sullo Stretto” ha vinto il 1° premio “Il Mecenate”. Nel Giugno 2000 l’Amministrazione Comunale di Villa San Giovanni gli ha conferito l’onorificenza “Albo d’onore della Città” per i suoi studi storici e nello stesso mese e anno il Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi gli ha conferito l’onorificenza di Commendatore al merito della Repubblica per il contributo professionale agli Italiani residenti in Gran Bretagna.

 

 

                                                                                                                                                                    Barbara Lottero,

giornalista, dopo la laurea in Filosofia, si
appassiona al tema degli strumenti e dei processi della comunicazione integrata e si specializza in strategie di comunicazione e marketing. Dal 2001 vive ed opera in Sicilia. Si occupa di formazione professionale e comunicazione istituzionale per la pubblica amministrazione. Dal 2008 è componente, per l’ Ente Locale, nella Commissione Territoriale di Trapani che esamina le richieste di asilo politico. Nel novembre del 2012  fonda a Marsala, l’ Associazione Culturale OTIUM. . Il progetto culturale si sviluppa negli anni, migliora la capacità di fare rete con e per il territorio, processo che culmina in un progetto di coesione sociale denominato “C’Orticello: coltiviamo la cultura”  volto alla diffusione di  percorsi di cultural-sharing e alle pratiche di rigenerazione urbana attraverso la promozione della Street Art. www.otiumfeed.it  lotterocomunicazione@gmail.com

 

 

Mauro Francesco Minervino

insegna Antropologia Culturale ed Etnologia. È scrittore e giornalista, autore di programmi Rai, collabora alle pagine culturali de L’Unità, Il Manifesto, Il Mattino, Terra, International Herald Tribune, ha pubblicato reportage per il settimanale «Diario», collabora a «Nuovi Argomenti» dal 2004 e a L’indice dei libri. Con La Calabria brucia (Ediesse, 2008, 2009), ha vinto la sezione narrativa del premio Internazionale Fondazione Carime per la Cultura Euromediterranea 2009. Nel 2006 pubblicato In fondo a Sud (con prefazione di Marc Augé), e nel 2011 Statale 18 (Fandango Libri). L’etnofiction Stradario di uno spaesato (Melville, 2016) è il suo libro più recente.

Tratto da “Diario di un Angioino”, opera inedita di Enzo Greco

 

 

 

Tratto da “Diario di un Angioino”, opera inedita di Enzo Greco

 

Tra le poche cose che mi portavo appresso da Palermo vi era una lettera scritta dal parroco della mia parrocchia di Amiens, Padre Lassalle, che mi aveva visto nascere e crescere in Picardia.

Ed ora che mi accingevo ad attraversare lo Stretto avrei dovuto, fra mille altre cose, seguire le sante istruzioni che il vecchio parroco mi aveva suggerito in quella sua missiva


Amiens, 8 Dicembre 1281

Nel nome di Dio Creatore

 

Caro Jean-Philippe,

spero di cuore che questa mia missiva ti trovi nella grazia di Gesù e Maria e che San Luigi protegga te e suo fratello, re Carlo.

Voglia Iddio che quanto prima la Terra Santa e Gerusalemme vengano ritornate al legittimo proprietario, il Sommo Pontefice di Roma, dalle mani sante degli Angiò.

Uno dei motivi per cui ti scrivo è che recentemente mi è capitata per le mani la copia di una solenne lettera scritta dal nipote dell’Imperatore bizantino al Papa.

In essa egli esprime il suo dolore per aver Costantinopoli perso le sacre reliquie dei Santi e quelle di Nostro Signore ad opera di Veneziani e Cavalieri Templari durante la IV crociata. I Veneziani, scrive ancora egli, si sono impossessati degli ori, degli argenti e delle pietre preziose, mentre i Templari delle sacre reliquie.

Come tu ben saprai, molti di questi cavalieri Templari portarono in
Francia importanti reliquie di Santi, tra questi ti bastera’ ricordare Wallon de Sarton, che offrì alla nostra Cattedrale di Amiens la testa di San Giovanni Battista o Geoffroy de Charny che addirittura trasse con le sue mani il telo nel quale fu avvolto il Corpo di Gesu’ da Giuseppe d’Arimatea. I suoi discendenti lo tengono nel loro castello e non permettono a nessuno di vederlo. Queste santissime reliquie raggiunsero il nostro paese pochi decenni fa e rappresentano oggi l’orgoglio della nostra Francia.

Ma c’è un’importante reliquia che si è persa per strada.

I discendenti del Templare Geoffroy de Charny mi hanno confidato che una coppa, che era assieme alla sindone che egli portò in Francia, è andata persa.

A Monemvasia infatti il Templare de Charny si trovò in gravi difficoltà finanziarie che gli impedivano il proseguimento del viaggio di ritorno in Francia.

Gli fu allora necessario vendere una delle reliquie che traeva con sè da Costantinopoli per pagarsi il viaggio di ritorno in patria. Decise così, anche se a malincuore, di dipartirsi dalla coppa che raccolse il sangue prezioso del Salvatore sulla croce e di venderla a due Templari che tornavano in Francia. Dove essi si siano diretti subito dopo l’acquisto non ci e’dato sapere, ma il nipote del Templare, che porta con orgoglio lo stesso nome dell’avo e che è oggi il cavaliere più nobile e benvoluto di Francia, ritiene che essi siano approdati in qualche porto tra la Sicilia orientale e lo Stretto di Messina. Da Monemvasia infatti la stragrande maggioranza delle navi salpa verso l’Adriatico, mentre da Catania, Messina, Reggio e Catona passano tutte le navi che dalla Francia vanno verso la Terra Santa e viceversa. ll cavaliere de Charny s’è personalmente intrattenuto con Templari provenienti da Messina e Catania e costoro hanno categoricamente negato la presenza di una siffatta reliquia in quelle citta’. E se invero fosse stata venduta a dei cavalieri di quelle citta’, essa oggi sarebbe oggetto di gran venerazione presso quelle cristiane genti.

Ahimè, è molto piu’ plausibile, purtroppo, che quei Templari, solitari viaggiatori, l’abbiano nascosta lontano da occhi indiscreti lungo la costa calabrese dello Stretto.